La Via Esoterica degli Antichi Egizi

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L’USCITA ALLA LUCE

IL SENTIERO DI OGNI GIORNO

Il vero titolo del Libro dei Morti degli antichi Egizi è “il libro per uscire alla luce del giorno”, o “l’uscita con il giorno”, ovvero col sole nascente.

Il riferimento, in entrambi i casi, è quello di sorgere come il sole quando supera l’oscurità della notte e rifiorisce all’alba.

Questo, infatti, è uno dei motivi ricorrenti nella tradizione egizia presente anche nella letteratura funeraria.

Il defunto, perso e minacciato dai tanti pericoli dell’oltretomba, ha un solo obiettivo e una sola via d’uscita, raggiungere il sole, ottenere la luce del giorno.

“Io ho cercato il mio posto che è l’Oriente”, così egli dice nei Testi dei Sarcofagi.

L’individuo cerca di orientarsi, di trovare la direzione per rinascere. Un viaggio cosmico, certamente, e spirituale, ma che trova riscontri anche nel piano fisico e nel quotidiano.

L’egittologo Erik Hornung, analizzando il Libro della Duat, un testo misterioso che descrive proprio il percorso del sole nelle dodici ore notturne, e, avvalendosi del contributo dell’analista Junghiano Thedor Abt, scorge come in esso si possa ravvisare la rappresentazione della discesa psichica nel proprio inferno e il tragitto simbolico per emergere alla luce.

Il percorso di resurrezione è quello di ogni persona che quotidianamente affronta il buio e che deve compiere i giusti mutamenti per diventare Kheper, un nuovo sole.

Kheper indica proprio qualcosa che diviene, che evolve, infatti è il sole risorto dopo le insidie delle tenebre.

Non c’è modo di arrestare il buio, ma la legge della Maat, dell’ordine cosmico, prevede la possibilità di attraversarlo e superarlo, se supportati da strumenti ed energia.

Ciascuno di noi ha il proprio Osiride sepolto nell’anima, quella forza riproduttiva e generativa della natura, che periodicamente deve essere rivitalizzata.

L’Akh, lo stadio, che sul piano metafisico corrisponde alla perfezione, si traduce nel mondo reale in un altro concetto intrinseco al vocabolo: l’efficienza.

È possibile, a dire il vero, che originariamente Akh fosse usato in ambito profano e che solo in seguito, si sia esteso a quello spirituale. Non è irrilevante questa considerazione perché per gli Egizi ci sono tre regni, celeste, terrestre e sotterraneo che si relazionano a tre dimensioni interiori, così come la realtà è fatta di dualità e simmetrie che nel loro equilibrio la mantengono in vita.

Sento molto spesso ripetere “Per fare un percorso spirituale devi essere tranquillo, non devi avere pensieri”.

C’è un fondo di verità in tutto questo poiché un praticante esercita la sobrietà, la calma, il distacco, e deve avere molte energie da dedicare al percorso, ma non si nasce in questo modo già pronti e confezionati, lo si diventa grazie a una stabilità interna che richiede volontà e un intento molto speciale.

Sono, dunque, pienamente consapevole della differenza che intercorre tra la trascendenza e la crescita personale, ma nel primo caso si tratta di una scelta di vita destinata solo a chi abbia un’effettiva vocazione alla disciplina e allo studio, e sia un minimo supportato da alcune condizioni esterne.

D’altra parte ho incontrato tante persone con l’esigenza di avere più armonia e bellezza nella propria vita, e desiderose di ottenerla attraverso le dottrine di antiche tradizioni.

È stato questo che mi ha spinta, dopo molti anni di studi specifici, di pratiche, di insegnamenti ricevuti e trasmessi, di adottare il sapere egizio in una chiave pedagogica, intento che peraltro è presente già nella letteratura morale ed educativa dell’antico Egitto.

Attingendo proprio da questa tradizione, dai suoi miti, dai rituali, dagli archetipi ed elaborando strategie cognitive specifiche è possibile passare per diversi stadi che vanno dall’alleggerimento dell’anima, alla visione più luminosa, al giusto accordo mentale.

Questo tipo di sentiero non è psicoterapeutico e non tratta disturbi patologici, ma lavora, come ho detto in altre occasioni, sulla madre di ogni nostra forza o carenza, ossia sull’equilibrio della nostra mente, trattando le problematiche con un linguaggio universale e con pratiche affascinanti.

Nel papiro egizio di Insinger si dice che l’essere umano non equilibrato sarà vicino alla disgrazia mentre colui che conosce il proprio cuore avrà la fortuna dalla sua parte.

C’è una logica ovvia anche per una civiltà così lontana dal nostro tempo.

Chi non ha coscienza di sé, non sapendo controllarsi, compirà facilmente scelte dissennate, al contrario chi conosce il proprio cuore, che per gli Egizi equivale all’intelletto, ha la fortuna che lo accompagna perché sa dove dirigere la propria esistenza.

In questo tipo di modalità operativa, si parte, diversamente da un percorso spirituale, dal proprio vissuto, dalle proprie incertezze e titubanze, allargando però la visuale soggettiva.

Dove si è spezzata l’Armonia? In che modo il principio del disordine, isfet, si è manifestato nella tua vita?

Dove la barca del sole si è arrestata? In quale ora della notte e quali energie puoi mobilitare per riprendere la via verso l’uscita alla luce del giorno?

Ecco gli strumenti operativi che useremo insieme:

  • I Tarocchi dei Neṯeru, non per fare previsioni ma per aiutarci mediante simboli, anche geroglifici, a intuire e immaginare idee più chiare;
  • Tecniche narrativo-immaginative basate sui miti egizi;
  • Parole egizie per ristabilire la calma e ottenere energia;
  • Visualizzazioni ispirate dai testi egizi;
  • Visioni archetipali egizie di equilibrio e armonia, applicazioni pratiche.

Il cammino egizio vuole generare interezza e compimento in ogni ambito della vita.

Nel mito la luna ogni mese si adopera per conquistare un frammento di luce così da diventare piena e sana, concetti racchiusi in un’unica parola, perché non possiamo diventare completi se permane in noi frammentarietà, disgregazione e incompiutezza.

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