Nella religione dell’antico Egitto Apep è conosciuto come il grande nemico del dio sole Ra.
Ma qual è l’origine di tale demone?
Uno studio ricercato mostra che in alcune formule magiche Apep viene identificato come il npa del sole.
Per lungo tempo il termine egizio npa è stato tradotto come “intestino” o “viscere”, tuttavia, diversi passi dei testi funerari, e non solo, indicano chiaramente che il termine significa “cordone ombelicale”.
Questa correzione filologica è fondamentale, perché svela il segreto della nascita di Apep e determina importanti riflessioni.
La diversa definizione, infatti, cambia la prospettiva e suggerisce come Apep non sia semplicemente una forza caotica esterna, ma una creatura che compare insieme al sole.
La cosmogonia di Neith a Esna
Una traccia rilevante proviene dalla cosmogonia di Neith nel tempio di Esna.
Secondo la narrazione mitica la dea, dopo aver generato il dio Ra, si libera del cordone ombelicale gettandolo nelle acque primordiali. Immediatamente il cordone si trasforma in un serpente lungo 120 cubiti, diventando Apep, la creatura che fin dall’inizio “concepì nel suo cuore la rivolta contro Ra”.
Da qui il legame diretto tra il dio della luce e l’origine del male.
Questa interpretazione permette di chiarire anche un passo, finora ritenuto erroneo, del filosofo Plutarco, che nello scritto “Iside e Osiride”, definisce Apep “fratello del sole”.
Sì, perché, se Apep nasce dal cordone ombelicale di Ra, vuol dire che le due nascite sono legate e le due entità inesorabilmente congiunte.
Una nuova lettura del caos
Sulla base di queste informazioni il conflitto tra Ra e Apep può essere compreso in modo diverso.
Non si tratta soltanto di una lotta tra ordine e caos, ma di una tensione interna alla creazione stessa.
Apep rappresenta la conseguenza del parto solare e dell’inizio della vita: ciò che viene separato e non integrato nell’ordine cosmico.
Eppure, come anticipato, e, come alcuni egittologi hanno osservato, proprio questa genesi, quasi paradossale, sembra offrire una spiegazione mitologica all’apparizione del male.
L’alba del mondo coincide con l’insorgere della realtà, e, allo stesso tempo, con la sua possibile distruzione.
Un pericolo che non si compie, poiché viene ogni giorno sventato dall’azione rigorosa e incessante dei riti.
Non siamo di fronte a un errore di pensiero.
Ma ad una “scelta” che gli Egizi hanno concepito e attribuito alla volontà del demiurgo.
Il male è congenito alla creazione.
Viene espulso, ma non può essere annientato una volta per tutte.
La responsabilità
Questa vicenda genera nella sfera umana una conseguenza ineluttabile: il dovere della responsabilità.
Quella dei sacerdoti, chiamati a sostenere il cosmo attraverso l’esercizio quotidiano del culto divino.
E quella del singolo individuo, affinché la propria esistenza proceda secondo Armonia, e non introduca disordine nella trama del mondo.
Forse non possiamo cancellare definitivamente quel “cordone ombelicale” che abbiamo reciso, ma possiamo sviluppare una presenza capace di mantenerlo a distanza.
Una presenza fatta di consapevolezza, somma attenzione e prodigiosa energia.
Custodire il proprio cartiglio
Gli Egizi usano il cartiglio come simbolo di protezione: un cerchio allungato che racchiude il nome del faraone e ne preserva l’integrità.
Ma il cartiglio non è solo un segno, è il “grande circuito celeste” che delimita il percorso del sole, tracciandone il confine e la distanza dal caos.
In un senso più sottile questo stesso compito riguarda ciascuno di noi.
Essere luce che crea e sostiene la vita, riconoscere e contenere le proprie “spire oscure”, tracciare un percorso che porti all’interezza e non alla dissoluzione insanabile.
Per custodire il proprio nome, ovvero la propria essenza e identità.
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Ne La Via degli Antichi Egizi questi temi vengono esplorati sul piano teorico e pratico.
È il cammino dell’astro solare che ogni notte sfiora l’arresto fatale, riuscendo sempre a rinascere in virtù di un equilibrio mai ottenuto una volta per tutte, ma costantemente ristabilito.
Un esercizio continuo, una pratica dell’essere.
Bibliografia
Quack, Joachim F. “Apopis, Nabelschnur Des Re.” Studien Zur Altägyptischen Kultur 34 (2006): 377–79. http://www.jstor.org/stable/25157763.












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