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Il rito: un sistema di tre livelli

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Quando pensiamo all’antico Egitto ci vengono in mente piramidi, statue di divinità o riti misteriosi che mai smettono di lasciarci con un certo stupore.

Eppure, a parte l’impressione emotiva, è utile e doveroso capire come funziona la religione egizia, quali sono i suoi meccanismi.

Lo studio approfondito dei testi e le giuste riflessioni, accompagnate magari da una pratica personale, ci lasciano molto più sbigottiti di quanto possano fare ipotesi fantasiose, a mio avviso, prive di fascino e tutte da dimostrare.

Le fonti testuali rivelano un sistema religioso profondamente radicato nel simbolismo e nell’interpretazione, un sistema complesso, messo in discussione, a un certo punto, persino da una corrente religiosa interna al paese del Nilo.

Secondo le ricerche dell’egittologo Jan Assmann il culto egizio antico, sia quello dedicato alle divinità che quello funerario, si basa su una distinzione tripartita.

  • Livello 1: L’Azione (Dromenon): Ciò che viene fatto, l’azione rituale concreta eseguita dai sacerdoti, ad esempio un sacerdote che fa un’offerta;
  • Livello 2: La Rappresentazione (Deiknumenon): Ciò che viene mostrato, spesso raffigurato sui muri dei templi o nei papiri, di solito è il re che officia di fronte al dio;
  • Livello 3: La Recitazione o Linguaggio (Legomenon): Ciò che viene detto, gli incantesimi, i discorsi, le formule recitate durante il rito.

Questi tre livelli non sono separati ma in stretto rapporto tra loro.

L’azione, infatti, può essere esposta nei rilievi ed espressa dal linguaggio; il rappresentato viene messo “in scena” dall’azione e definito dalla recitazione; quest’ultima, invece, può essere “incorniciata” dall’immagine, e accompagnata dall’azione rituale.

Il Cuore Simbolico: l’apparenza non è la verità

Eppure, sottolinea Assmann, tutto questo sistema è impregnato di simbolismo, che rappresenta il nucleo della ritualità egizia, rispetto alla quale non dobbiamo fermarci al significato letterale ma scoprire nessi e relazioni, per questo, rileva lo studioso:

  • Il sacerdote non è solo un sacerdote;
  • La statua non è solo una statua;
  • Le offerte e gli oggetti rituali sono altro da se stessi.

Nel momento dell’esecuzione rituale tutti questi elementi acquisiscono un significato “mitico” speciale, che trasferisce in una dimensione diversa, in un “mondo di là“.

Il sacerdote, allora, che, già fa le veci del re, assume, allo stesso tempo, il ruolo di una divinità, mentre le statue da semplici oggetti diventano segni le cui direzioni di senso sono tutt’altro che palesi.

Tutto il rito, simile a un “gioco sacro”, assume la configurazione di un apparato geroglifico la cui decodifica avviene proprio attraverso il linguaggio e le parole pronunciate.

Il linguaggio, con le sue possibilità interpretative, spiega e chiarisce in modo più profondo; così l’offerta di carne non è un dono di nutrimento per il dio, ma, mediante la rievocazione di un particolare evento mitologico, può essere interpretata e trasformata, nell’ “occhio di Horus” o nei “testicoli di Seth”.

L’Interpretazione Trasformativa: Il Potere del Linguaggio

Nel rito egizio l’interpretazione non è puro chiarimento: è un atto di trasformazione.

Le parole, infatti, sono AKHU, formule cariche di potere che possono trasformare un oggetto in un corpo vivo, possono attribuire alla materia un altro senso, possono rievocare una realtà primordiale, e modificare, in virtù del collegamento, il mondo visibile.

L’oggetto o l’azione non è più ciò che appare ma si trasforma in ciò che significa.

Affinché questa magia della parola, però, si compia, è necessario che l’operatore sia investito di potere divino, per questo a pronunciare il testo deve essere un dio, o qualcuno che possa incarnarlo.

Una legge essenziale in questo processo di trasformazione è l’analogia che, molto spesso, nella lingua egizia, si sviluppa tramite assonanze e giochi di parole; ad esempio, il termine qnj “pettorale” e qnj “abbracciare” generano una serie di rimandi correlati all’abbraccio dato da Horus a suo padre Osiride dopo la resurrezione di quest’ultimo.

È interessante notare, inoltre, come, specialmente nel Periodo Greco-Romano, il significato e l’interpretazione diventano ancora più centrali, quindi, mentre l’elemento iconico tende ad acquisire una certa immutabilità, il testo diventa più soggetto a modifiche e variazioni, tanto da produrre, secondo Assmann, “una vera e propria cultura dell’interpretazione applicata alle immagini”.

Le Immagini e il Divino: Nessuna Idolatria

Nonostante la loro rilevanza gli oggetti di culto, le statue, o, in generale, le immagini religiose, non provocano idolatria, in quanto non sono considerate sacre in modo perenne e oggettivo, ma solo se inserite in un certo contesto e “convertite”, come detto, in ricettacoli del divino.

Le statue funerarie, pertanto, non sono ritratti ma corpi sostitutivi il cui scopo è quello di essere dimora del Ka ‒ una delle parti sottili dell’essere umano ‒ per garantire la sopravvivenza del defunto dopo la morte.

La materia è inerte, solo appositi rituali come quello dell’ “Apertura della Bocca” può mutarne lo status, il significato, renderla viva, tradurla in un’altra forma e sottintendere altre narrazioni.

Non c’è pericolo di idolatria o feticismo, gli Egizi hanno ben chiara la cognizione dei simboli, e sono consapevoli del fatto che senza la magia trasformatrice del linguaggio, le sculture e gli oggetti rituali tornerebbero ad essere senza vita giacché abbandonati dagli dei.

L’Opposizione di Akhenaton

Nel XIV secolo a.C. il faraone Akhenaton opera una vera rivoluzione nella religione dell’antico Egitto, facendo crollare tutti i presupposti concettuali e simbolici validi fino a quel momento.

Con Akhenaton il simbolismo non ha più ragione di esistere, l’unico dio è il sole vivente.
Le statue degli dei, gli oggetti di culto non devono più essere animati perché oramai ridotti esclusivamente alla loro apparenza.

Aton, il dio di Amarna, non si incarna in alcuna scultura né deve essere “richiamato” dalla magia.

Ora non c’è più distanza tra piano reale e piano mitico, non occorrono più tessiture analogiche né ricercati giochi linguistici per connettere le dimensioni e ricreare ciò che era accaduto un tempo, poiché ora l’unica realtà è quella che si vede.

Anche nella religione di Akhenaton ci sono rappresentazioni del re che officia davanti al dio e gli fa offerte in cambio di vita e benessere, ciononostante i principi religiosi non sono più quelli tradizionali.

Cessa di essere valido lo schema dei tre livelli: Azione, Rappresentazione, Linguaggio.

Il dio solare equivale al suo aspetto concreto, quello della luce, senza intermediari o oggetti che possano calamitare la sua presenza; il re non è sostituito da sacerdoti, né personifica il divino, e, infine, il linguaggio, elemento primario della ritualità egizia, perde, come anticipato, la sua funzione di potente collante magico.

L’abolizione delle immagini, un tempo animate dalla magia e dalla forza evocativa del linguaggio, segna la fine di un universo simbolico articolato: i segni, spogliati della loro funzione di dimore sacre e di ponti verso il divino, si riducono a semplici rappresentazioni, prive di profondità e trascendenza.

BIBLIOGRAFIA
Jan Assmann, Semiosis and Interpretation in Ancient Egyptian Ritual, in Shlomo Biderstein, Ben-Ami Scharfstein (Hrsg.), Interpretation in Religion (Philosophy and Religion 2), Leiden 1992, S. 87-109.

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Elena De Gennaro

Elena De Gennaro

Oltre ad essere una musicoterapeuta di canto indiano, mi occupo, da più di 20 anni, di esoterismo egizio. Mi sono diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica della Calabria, approfondendo la mia formazione anche all’estero, con ripetuti soggiorni in Africa, dove ho potuto apprendere metodi che uniscono le arti espressive alla meditazione e allo sviluppo personale... [continua a leggere]

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