“J(e)d M(e)du”, ovvero “parole da dire”: è con questa espressione che si aprono le formule dei Testi delle Piramidi, testimoni di una tradizione che intreccia parola, scrittura e magia.
Ma cosa si cela dietro questo incipit e nel rapporto tra oralità e scrittura dell’antico Egitto?
Secondo alcuni studiosi l’espressione “Jed Medu” dimostrerebbe l’origine orale delle formule, fissate solo in un secondo momento nella scrittura, per conservare e canonizzare la religione egizia. Altre ricerche, invece, sostengono che i testi scritti dovevano essere sempre accompagnati da un’esecuzione verbale, senza la quale la loro efficacia sarebbe venuta meno.
Eppure, nelle piramidi – sigillate per sempre dopo la deposizione del defunto – nessuno avrebbe potuto pronunciare quelle parole, come spiegare, dunque, il senso delle iscrizioni?
Per comprendere il significato della scrittura in ambito religioso, dobbiamo afferrare un cambiamento importante avvenuto nella civiltà egizia: la monumentalizzazione dei testi.
L’incisione dei geroglifici sulla pietra indistruttibile segna l’autonomia totale della scrittura, che si distacca sia dal lettore che dall’ascoltatore, e diventa performativa.
Non a caso gli specialisti parlano di “atti linguistici scritti”, perché vogliono riferirsi ad azioni che si realizzano attraverso la voce, attraverso il discorso pronunciato e agito dal testo stesso.
Per afferrare al meglio quanto detto finora pensiamo un attimo alle formule che prescrivono offerte per il defunto.
Poiché, come detto, le piramidi erano inaccessibili ai vivi, nessuno avrebbe potuto compiere il rito utile, ecco, allora, che interviene la scrittura: non come mezzo di comunicazione o di fissazione di concetti, ma come agente magico.
Le parole scolpite sulla pietra non avevano bisogno di essere udite né di essere pronunciate da voce umana, perché la scrittura avrebbe parlato per sempre, e, investita di potenza divina, avrebbe eseguito le azioni necessarie per garantire ordine e l’eternità al defunto.
La parola, in tal senso, non si limita a descrivere il mondo; lo trasforma, lo sostiene, lo rende immortale.
“Tu siederai sotto le fronde dell’albero di Hathor, che è preminente nell’ampio disco solare, quando viaggerà verso Eliopoli portando gli scritti delle parole divine, il Libro di Thoth”.
(Libro dei Morti, 68)












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