Il termine dio, in antico egizio, si dice neṯer ed è rappresentato da una sorta di banderuola, o meglio, da un palo avvolto da bende.
Ma cosa significa veramente neṯer e qual è la sua connessione con il sacro?
Risposte accurate ci vengono fornite dalle ricerche dell’egittologo Dimitri Meeks, il quale risalendo alle fonti più antiche, rintraccia, in particolare in un documento del I° sec. d.C, il Papiro dei Segni di Tanis, un riferimento indicativo rispetto al geroglifico in questione.
In questo testo la descrizione che accompagna il geroglifico neṯer è quella di imbalsamato, il che vuol dire che, in seguito ai rituali funerari e alla mummificazione, il soggetto diventa un Osiride.
Secondo l’egittologo Dimitri Meeks lo status divino è determinato da una ritualistica che sacralizza.
Per esempio il faraone, originariamente, non è un neṯer ma lo diventa in seguito al rituale di incoronazione.
Il deceduto si trasfigura, abbiamo detto, dopo gli appositi riti, le stesse statue del culto devono essere sottoposte a procedure magiche complesse, affinché il dio possa dimorarvi; e gli animali, non tutti ma alcuni esemplari, per incarnare il divino, devono subire particolari cerimonie.
Il fattore determinante e selettivo, allora, e questo chi pratica lo sa bene, è proprio nell’esercizio del rito.
Infatti, come rileva Meeks, riferendosi alla figura del faraone, un uomo può diventare re perché di lignaggio reale ma questo non lo rende un dio.
La divinizzazione è possibile solo attraverso una specifica ritualità.
È opportuno, a questo proposito, soffermarsi su questo concetto, visto che lo scopo di questo sito non è di pura divulgazione ma di avviamento all’esoterismo egizio.
Il rito, come l’iniziazione, e ti invito a iscriverti alla membership per accedere anche alle lezioni dedicate all’iniziazione, che eliminano tutti i fraintendimenti in merito, non trasforma il piombo in oro se l’oro non è contenuto in potenza.
L’individuo deve avere sempre in sé potenzialità da rendere effettive, non ci si trasforma magicamente in mago supremo perché si conosce la formuletta.
Dunque, così come il sovrano deve avere dei requisiti, essere, magari, di discendenza reale, per poter salire al trono, quindi elevarsi mediante il rituale, ugualmente l’adepto che vuole diventare un neṯer, oltre alle giuste conoscenze e al giusto esercizio spirituale, deve avere le giuste qualità interiori.
È così che il re può diventare neṯer nefer, cioè un dio perfettamente realizzato.
Umano e Divino
Nell’essere umano c’è una presenza di umano e divino, ma quest’ultimo dev’essere cultuato in modo adeguato, per questo alcuni sovrani porgono offerte alle proprie immagini, non solo per risvegliare il divino in sé ma per continuare a farlo esistere.
I riti sono indispensabili, nella tradizione egizia, alla divinizzazione.
C’è una parte però nell’uomo, come sottolinea anche Meeks, che è divina di per sé, ed è il cuore.
Il cuore, per gli Egizi, è il seggio della Maat, dell’Ordine supremo, e seguire il cuore non vuol dire affatto obbedire ciecamente al proprio sentire, tutt’altro.
Seguire il cuore indica allinearsi alla regola della Maat, in caso contrario l’uomo è solo preda e coadiutore delle entità del caos, ne parlo approfonditamente nella lezione sulla Reincarnazione.
Solo alcune creature sono divine da sempre: gli dei.
Eppure, anche in questo caso, ci sono delle regole che impongono il perenne esercizio della ritualità.
Infatti se questa cessasse il Caos non sarebbe più tenuto a bada, il suo equilibrio rispetto all’Ordine verrebbe meno, la creazione tutta, allora, sarebbe minacciata, e con essa le divinità.
I riti sacri, possiamo concludere, determinano una separazione dal profano, e uniscono i defunti e gli dei in un comune Aldilà.
Diventare Neṯer, quindi, vuol dire “spostarsi”, per andare ad abitare uno spazio che si colloca al di là del mondo ordinario e non sacralizzato degli esseri viventi.
“Gli esseri sacri, sono, per definizione, esseri separati”.
E. Durkheim












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