Il Gioco del Serpente
Pochi sanno che nei tempi predinastici l’Ouroboros, o meglio una delle sue prime forme, il serpente Mehen, la stessa creatura che circonda il sole nel viaggio durante la notte, oltre ad avere una valenza teologica, sia una sorta di gioco da tavolo.
Le immagini nelle tombe lo rappresentano avvolto su se stesso come in una spirale che, dalla coda della periferia, conduce alla testa, nel centro.
Non si conoscono le procedure di gioco, sembra venissero lanciate biglie per poi cercare di prendere dei pezzi, forse di leoni, sistemati sul corpo del rettile segmentato come in caselle.
Qualche egittologo ha ipotizzato si tratti di un gioco ispirato all’attività della caccia, infatti, per catturare animali feroci, i cacciatori costruivano delle buche coperte da una specie di ringhiera sulla quale venivano posti falsi serpenti a forma di spirale.
Le bestie selvagge attratte dal serpente vi si avventavano precipitando nella buca.
Ma qual è l’attinenza di questo gioco con l’Aldilà? E cosa sono i Misteri di Mehen di cui si parla nei Testi dei Sarcofagi?
Il gioco del Mehen può simboleggiare il percorso del defunto e le temibili prove che deve superare, una di queste è quella di penetrare nel corpo gigantesco di un serpente senza riceverne danno, anzi uscendo dalla sua testa completamente rinnovato.
Con il tempo, come detto, Mehen si trasforma in guardiano del sole dai pericoli delle tenebre notturne, allo stesso tempo la vittoria garantita dalla creatura ancestrale acquista i tratti di un mistero iniziatico.
Il serpente diviene fonte di terrore e desiderio. Le sue spire si convertono nelle strade di fuoco, le misteriose vie che possono portare nel centro, al trono di Ra, dunque alla salvezza, o alla caduta, e alla conseguente distruzione totale, nella bocca vorace del caos primordiale.
La partita, allora, al Mehen, probabilmente, intendeva riprodurre il gioco della morte e l’auspicio della vittoria sulle sue spire letali.












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