Esiste un termine nella lingua egizia che corrisponde alla traduzione di “abominio”, “ciò che è odioso” o “detestabile”, e la cui pronuncia è approssimativamente BWT.
Il vocabolo ha come determinativo un pesce, questo ci farebbe perdere in mille elucubrazioni per comprendere il nesso che invece è facilmente rintracciabile nel mito osiriaco.
Come sappiamo, infatti, il dio Osiride, ucciso dal fratello Seth, viene smembrato e disperso in tutto l’Egitto, i suoi “pezzi” vengono recuperati dalla sposa Iside, tranne il fallo divorato da vari pesci tra cui l’ossirinco.
Il dio, oggetto di crudeltà, viene privato della sua potenza rigenerativa, e l’abominio, allora, ciò che si chiama BWT, diventa sinonimo di empietà e sacrilegio, che, per estensione, può riferirsi a tutto ciò che offende il sacro.
Nel tempio di Edfu, per esempio, sulla parte antistante la cella del dio, proprio prima di entrare in contatto con la statua divina, le iscrizioni sulle pareti riportano precisi ammonimenti e proibiscono ai sacerdoti di compiere azioni deprecabili.
Una di queste osservanze riguarda il silenzio che, nel contesto specifico, può racchiudere varie sfumature di significato, dal mantenersi calmo, all’astenersi dalla fretta e all’evitare di produrre rumore.
Potrebbero sembrare norme ovvie eppure nell’antico Egitto non lo sono.
Chi grida commette abominio nei miei confronti, e non entrerà nella mia dimora, si dice nei Testi dei Sarcofagi.
Il silenzio può indicare anche un lutto e una profonda tristezza, ma in questo caso il silenzio concerne il mantenimento dell’ordine e dell’armonia e il suo opposto è BWT.
Ciò che emerge, in effetti, è che il rumore non appartiene a un individuo “trasfigurato”, poiché è un ostacolo insormontabile sulla via del divino, e diventa “abominio” in quanto riflesso dell’incapacità di mutare la propria coscienza e di trattenersi da atti “caotici”.
L’individuo che “fa rumore”, attraverso la parola chiassosa, inserisce nella realtà il disordine, la confusione e il caos, opponendosi drasticamente e intaccando quello stesso luogo, o condizione sacra, che, all’apparenza, vorrebbe raggiungere.
Dal punto di vista dell’evoluzione personale potremmo dire che la persona sia del tutto priva di quel raccoglimento concentrato, di quella quiete e controllo indispensabili alle transizioni verso mondi superiori, e che il suo assetto mentale sia un pericolo e una potenziale fonte di BWT per la sfera divina.
Non camminare velocemente sui sandali, non lasciarti travolgere dalle situazioni, non avere fretta quando reciti le formule, non alzare la voce sopra quella degli altri. (Tempio di Edfu)
Riflessioni
L’educazione alla quiete non è così usuale nel nostro tempo, anche se ci sono grandi prediche al riguardo, ma quando il monito è solo esterno non ha alcun valore; finché non percepiamo il peso e le conseguenze del nostro essere rumorosi non abbiamo l’urgenza di dedicarci alla ricerca e alla cura del silenzio.
Per questo ci sarà difficile comprendere, se non nel suo aspetto più superficiale, la dichiarazione di innocenza pronunciata dal defunto nel Libro dei Morti egizio:
“Non sono stato alto di voce”.
Questione morale? Non dobbiamo trascurare neanche questo piano, perché il governo della voce, come sottolineano gli Egizi, deriva da quello delle passioni che, se incontrollate, possono generare parole dalle conseguenze tragiche.
Questione metafisica? Anche.
La Maat, l’incarnazione dell’equilibrio, della giustizia e della verità, è doppia perché va applicata alla sfera umana e divina, nessuna mente urlante può accedere a stadi di trascendenza.
Possiamo scegliere, allora, nel nostro quotidiano, di recidere il silenzio, di irrompere con la “voce alta”, generando sempre e comunque una profanazione della realtà, o cominciare, pian piano, a forgiare un’altra condotta in sintonia con un pensiero più calmo e consapevole.
Non riusciremo certamente a convertire in un baleno l’impulsività delle reazioni, ma potremo, anche grazie a perseveranti letture educative, domare l’”urlo incontrollato”, per giungere, forse, un giorno, a quel silenzio gradito alle orecchie degli dei, e ad ottenere quella voce muta ma possente in grado di comunicare con loro.
Il puro, come Geb, prende possesso della Dimora con il potere e la voce di un dio. (Testi dei Sarcofagi, 631)












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