La distanza dal profano messa bene in evidenza nell’antico Egitto dal termine ḏsr che significa separare, allontanare, secondo alcuni studiosi sembra ricalcare un’altra opposizione, quella tra tempo umano e tempo monumentale.
Il primo è legato alla caducità della vita, il secondo cerca di vincere tale impermanenza con tombe che possano resistere e conservare la memoria dell’individuo.
Il monumento che in geroglifici si dice M(e)N e che vuol dire proprio restare, essere immobile, inizialmente deve il suo valore alla pietra, ossia al materiale che lo rende “indistruttibile” e, dunque, “perenne”.
In seguito, invece, il tempo monumentale subisce un’evoluzione nel pensiero degli Egizi e comincia ad essere associato non più all’edificio funerario ma alle grandi opere, alle azioni compiute dal trapassato.
Il mutamento si rivela anche attraverso sofisticati giochi di parole molto ricorrenti nella scrittura egizia.
Vediamo in che modo.
Per il popolo del Nilo la volta celeste è fatta di BIA, di ferro.
In base alle varie interpretazioni BIA potrebbe designare, in particolare, il cielo, concepito come un bacino metallico contenente acqua oppure come una lastra di ferro sostenuta da pilastri.
In entrambi i casi il ferro meteoritico che cade sulla terra è qualcosa di molto prezioso perché proviene dal mondo incorruttibile degli dei e, per questo, viene adoperato nella realizzazione di oggetti religiosi, ma BIA, il ferro siderale, gradualmente, comincia a designare qualcos’altro: il carattere e le qualità del defunto.
Ecco che allora si rivela quel cambiamento di prospettiva per il quale, a prescindere dal maestoso apparato simbolico della piramide, che rimane intatto, la vera pietra da incidere diventa l’interiorità dell’individuo e il monumento immortale la bellezza della sua anima.
Oh Neith, sollevati sulle tue ossa di metallo e sulle tue membra d’oro.
Questo tuo corpo è quello di un dio: non può marcire, non può consumarsi, non può deperire.
(Pyr. Texts Neith, formula 249)












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