Nella lingua egizia non esiste il verbo sognare, ma solo il sostantivo RSWT o, più tardi, QD, che vogliono dire Sogno.
Già questa analisi di base può dare adito ad alcune considerazioni.
Se gli abitanti del Nilo non avevano un termine per indicare il sognare, molto probabilmente è dovuto al fatto che per loro il sognare non è un’azione ma uno spazio, se pur privo di una collocazione ben definita.
Il sogno, per gli Egizi, rappresenta un confine tra questo mondo e qualcosa di invisibile.
In esso possono apparire non solo divinità o defunti, quali cittadini di un Aldilà, ma anche esseri viventi lontani.
Se, quindi, non è il sognare in sé la vera attività, qual è il vero accadimento significativo in esso?
Ritorniamo ai termini usati per indicare il Sogno, RSWT e QD.
Bene, entrambi, in modo sorprendente, vengono scritti con il geroglifico determinativo di un occhio aperto, e non perché ci siano dei riferimenti al nostro fantasticare da svegli.
Il segno geroglifico, in questo caso, svela la caratteristica più importante del sognare, per gli antichi Egizi, e cioè il Vedere, o come si può dire in geroglifici, Maa.
Nella tradizione egizia non si fa un sogno, ma si vede in sogno.
Varcare la soglia dello spazio onirico non permette, come fosse a senso unico, solo agli esseri dell’Aldilà di mostrarsi e apparire, ma, al contrario, rende anche noi, nell’Aldiquà, visibili a loro.
Il nostro essere, d’un tratto, si trova ad essere guardato da entità sconosciute, ed esposto a uno sguardo che, così come può guarire o rivelare, può, altresì, fissare potentemente per bloccare e asservire.
Tu, che ho visto da lontano,
chiudi il tuo occhio perché io ti ho legato.
(Coffin Texts 160)












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