In questo articolo voglio parlarti di un’analisi effettuata da Jan Assmann sulla felicità per gli antichi Egizi, analisi, come sempre, quando si tratta di questo egittologo, non solo molto accurata ma fonte di riflessioni e ragionamenti.
Partiamo dal fatto che la felicità non è tanto uno stato, che sarebbe comunque eccezionale, quanto una sensazione, in ogni caso è sempre qualcosa di transitorio come tutto ciò che contraddistingue la condizione umana.
Ci sono unicamente due categorie che nell’antico Egitto possono aspirare a una felicità permanente, ovvero gli dei e i defunti.
Nella lingua egizia non c’è un termine che definisce in modo specifico la felicità, per questo, come spesso accade, dobbiamo ricavare le idee esaminando i testi.
In effetti proprio facendo riferimento a scritti come “Il dialogo del disperato con la sua anima” o “Il Canto dell’arpista”, entrambi risalenti all’incirca al 2000 a.C., si evince che ciascun essere umano deve, con saggezza, trovare il modo per trascorrere una vita buona che possa appunto dare felicità.
Ma felicità e beatitudine non si equivalgono.
Mentre la prima è legata alla vita terrena, senza che per questo sia determinata dall’appagamento di ogni desiderio, bensì dal giusto apprezzamento del momento presente e dei suoi piaceri, la beatitudine, invece, è connessa all’Aldilà.
Per gli Egizi le due forme di benessere, entrambe auspicabili, sono correlate, infatti se l’individuo non conduce una vita felice, che vuol dire vita giusta e saggia, secondo le leggi dell’Ordine incarnate dalla Maat, non potrà essere beato, in quanto non avrà costruito un rapporto armonioso con gli dei, e questo, naturalmente influirà sia in vita che dopo la morte.
La giustizia connettiva
C’è un concetto assolutamente originale esplorato da Assmann nell’ambito della tradizione egizia, quello della connettività.
Per connettività intendiamo non solo una relazione tra le parti ma la connessione che consente a un organismo di essere vivo.
La logica connettiva, per esempio, si applica alle pratiche di mummificazione nelle quali i riti e gli interventi fisici effettuati sul cadavere attivano nuove relazioni psico-fisiche tali da consentire al defunto una nuova esistenza.
Nella sfera sociale essa si manifesta nella relazione e nel giusto scambio tra gli uomini, in quella riguardante la felicità individuale, contrariamente a principi stoici o epicurei che spingono all’autosufficienza e all’indipendenza dagli altri, la serenità e il successo devono fondarsi sempre sulla relazione armoniosa con la comunità, generando una sorta di giustizia connettiva, come la chiama Jan Assmann.
La giustizia del piccolo sistema, proprio per il principio di connettività, si riversa su quella del grande sistema, del cosmo, dunque è normale che un individuo che in vita si sia comportato in modo avido ed egoista, disconnesso dai suoi simili, anche in morte sia privato di una bella sepoltura, ma soprattutto egli non sarà ricordato, non avrà persone che provvederanno a mantenere viva la sua memoria, poiché il legame del cuore non può prescindere dall’osservanza della Maat, divinità e legge che per gli Egizi risiede proprio nell’organo vitale.
Con il periodo ramesside, tra il 1290 e il 1100 a.C., si diffonde il sentimento di pietà, e l’essere felici assume un’identificazione sempre più stretta con il volere del dio.
Quindi assistiamo a un’evoluzione non tanto del modello di felicità quando del modo per ottenerla.
Nell’antico Regno la felicità è una questione di saggezza, nel Medio Regno è la devozione al faraone che garantisce ordine e benessere, nel Nuovo Regno tutto è nelle mani di Dio, anche in quest’ultimo caso colui che è fedele al dio, oltre ad essere protetto dai mali, godrà di una buona sepoltura e dunque della trasfigurazione del proprio spirito.
Un vero cambio di paradigma avviene in epoca tarda.
Nel periodo greco-romano prende forma una dottrina nella quale i beni della felicità diventano immagini del dio creatore Ptah, e vengono personificati da Shu, il dio dell’aria, Nedjem Ankh, la dolcezza della vita, Ih Remit, colui che asciuga le lacrime, e Hotep Iad, quello dalla rugiada pacifica o, come viene tradotto da Dimitri Meeks, quello pacificato dalla rugiada.
I doni da loro portati sono una vita lunga, ricchezza, una buona progenie e una buona sepoltura.
La differenza rispetto al passato è che la felicità è diventata del tutto circoscritta al piano terrestre e se pure si parla di sepoltura non c’è più alcuna traccia di beatitudine oltre la terra.
Il volto della felicità ora è mondano, il dio potrà anche rimanere il responsabile del benessere, ma le azioni compiute dall’uomo e le conseguenti benedizioni celesti non coinvolgeranno che l’esperienza limitata e contingente, senza più echi sul cosmo e sulla trascendenza.












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