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L’Infrazione nell’Antico Egitto

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Nel pensiero egizio l’infrazione non è semplicemente un “errore” o un “peccato”, ma un atto che mina l’ordine cosmico, che rompe l’armonia e apre le porte al caos: a ciò che gli Egizi chiamano isfet, l’opposto radicale di Maat, principio di verità, giustizia ed equilibrio.

La lingua geroglifica presenta numerosi termini per esprimere il concetto di male, ciascuno con sfumature diverse e riferimenti precisi a vari ambiti dell’esistenza: etico, sociale, politico e religioso.

Il caso esemplare della Stele di Baki

Un esempio particolarmente significativo riguarda la stele autobiografica di Baki, supervisore di granai durante la XVIII dinastia.

In questo testo ciò che colpisce non è la celebrazione dei successi professionali, bensì l’enfasi posta sull’integrità morale dell’individuo; Baki rivendica la sua purezza non attraverso le opere compiute, ma negando il male.

Le sue dichiarazioni seguono una forma simile a quella della Confessione Negativa del Libro dei Morti, dove il defunto proclama ciò che non ha fatto.

Secondo l’egittologo Jan Assmann questo schema ha una chiara matrice iniziatica: negare il male non è un atto linguistico, è un gesto trasformativo che separa l’individuo dalla mancanza e contribuisce alla sua metamorfosi.

Le sfumature dell’infrazione

Nel testo di Baki appaiono diversi termini che designano “l’errore”. Ognuno di essi, come anticipato, è connesso a un determinato livello dell’esistenza:

  • Ḫww indica una colpa in ambito etico e relazionale;
  • Iwḥ è associato alla forza distruttiva dell’acqua in piena, suggerisce, quindi, un atto violento, una colpa dirompente da cui il defunto si è astenuto;
  • H̱sy designa un’infrazione più grave, legata ai doveri ufficiali o all’ordine statale.

Baki, mediante negazione, percorre una sorta di cammino purificatorio: dalla sfera interpersonale a quella pubblica, fino a giungere alla dichiarazione finale che decreta la sua totale integrità.

La negazione di Isfet: un atto sacro

Attraverso la confessione di innocenza il defunto comincia col distanziare la sua persona dai mali più terreni, quindi si separa dalle trasgressioni nei confronti dello stato, e, infine, come dichiarazione definitiva, che sancisce una totale purezza e il lasciapassare verso la trasfigurazione, il protagonista si rende immune dal male per eccellenza: isfet.

Isfet rappresenta la massima infrazione perché, a prescindere dalle circostanze nelle quali si manifesta, è l’antagonista di Maat.

Baki sostiene che il suo nome non è stato associato a isfet, il che sta a significare che la sua vita è stata in perfetto accordo con l’armonia universale, la sua condotta integerrima, nessuna azione, parola o memoria di lui potrà essere macchiata da isfet, è suo diritto, pertanto, poter assurgere a uno status divino.

 “Ho fatto del bene sulla terra,
senza aver distrutto, senza che la mia colpa esistesse,
senza che il mio nome fosse stato pronunciato
a causa di qualche azione vile o peccato”.

Riflessione finale

La testimonianza di Baki ci invita a riconsiderare il significato della condotta morale: non come una lista di azioni corrette da esibire, ma come un processo di raffinamento interiore, di distacco consapevole da ciò che altera l’equilibrio.

La pesatura dell’anima comporta un rigoroso discernimento e una severa pratica di separazione dal male, inteso come causa di squilibrio, in sé, nel mondo circostante e nel cosmo, perché ogni minima infrazione lacera il cosmo permettendo al caos di infiltrarsi.

Per questa ragione la confessione negativa non va interpretata come un elenco di meriti bensì come un particolare esercizio mentale, con il quale, intensamente concentrato, il praticante affianca la parola all’atto di scardinamento da sé dell’impuro.

In questo modo egli crea un vero rituale trasformativo dove la negazione, la congruenza tra pensiero, parola e azione, e il giusto abito interiore sprigionano una potenza tale da ricreare l’individuo e reintegrare Maat nel seggio del suo cuore.

Bibliografia
Assmann, J. Maat, l’egypte pharaonique et l’idée de justice sociale. Maison de vie éditeur, 2010.
Guerry, Eve. (2008). Ideals of a Life: Words for “Transgression” in the Stela of Baki. Journal of Egyptian History. 1. 289–308.
Hsieh, Julia. (2014). Where is the City of Eternity? In R. Landgráfová and J. Mynárová (Eds.), Rich in Years, Great in Victories: Studies in Honour of Tony Spalinger (Czech Institute of Egyptology).

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Elena De Gennaro

Elena De Gennaro

Oltre ad essere una musicoterapeuta di canto indiano, mi occupo, da più di 20 anni, di esoterismo egizio. Mi sono diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica della Calabria, approfondendo la mia formazione anche all’estero, con ripetuti soggiorni in Africa, dove ho potuto apprendere metodi che uniscono le arti espressive alla meditazione e allo sviluppo personale... [continua a leggere]

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