Rispondo con piacere con questo articolo a una richiesta che mi è stata fatta in merito al significato dell’Ureo nell’antico Egitto.
Non proverò ad esaurire l’argomento, il che renderebbe il contenuto troppo tecnico e articolato, ma cercherò di fornire indicazioni che potranno essere ragionate e approfondite.
Il termine Ureo, secondo la maggior parte degli studiosi, passando per il greco uraios, deriva dal termine egizio Iārt, che significa colei che sorge, che si leva, che si drizza.
In effetti una prima distinzione è da farsi tra i serpenti comuni, interpretati come nemici – per questo nei Testi delle Piramidi appaiono numerose formule di protezione dai rettili – e il cobra, quale simbolo di regalità e potenza.
La natura pericolosa e temibile del cobra può diventare benefica solo se assoggettata da un essere divino, a quel punto il cobra si pone sulla sua fronte, come segno di autorità, a difesa della sovranità divina e, per estensione, del faraone.
Il cobra e l’avvoltoio, o due cobra, divengono simboli dell’unificazione d’Egitto, le dee a guardia della corona e di un mondo ordinato, la cui possente magia conferisce al rettile il titolo di “Urt Hekau”, la grande di magia, titolo che ha fatto ipotizzare a qualche studioso l’origine etimologica di ureo da Urt e non da Iārt.
L’ureo, pur non identificandosi completamente con esso, in alcuni contesti, può assimilarsi all’Occhio di Horus e persino agli oli con cui veniva unta, anche in questo caso, la fronte delle statue divine.
La finalità era quella di conferire potere e garantire la tutela dalle forze avverse.
Quali sono invece i natali mitici dell’ureo?
Al tempo della “Prima Volta”, secondo il mito eliopolitano, Atum, dopo essersi distaccato dall’Oceano Primordiale ed essersi manifestato, dà inizio alla creazione del mondo e le prime creature che estrae da se stesso sono Shu e Tefnut.
I due fratelli, però, per qualche ragione non specificata, si allontanano, Atum, quindi, manda il suo occhio a cercarli, così che l’unità dei principi originari venga ripristinata.
L’occhio di Atum riporta indietro Shu e Tefnut ma al ritorno trova al suo posto un altro occhio più luminoso di lui, il Glorioso, il sole.
L’occhio unico, come viene definita l’entità spodestata, diventa furente, Atum, allora, lo trasforma in ureo, in cobra regale, e lo colloca sulla sua fronte, in posizione preminente, da dove eretto e vigile, diventa il potere che difende la creazione e la regalità dal caos distruttivo.
La pacificazione di una forza così imperiosa consente al creatore di integrarla, e, come detto, di metterla al servizio della luce e dell’armonia.
In conclusione potremmo dire che il mito dell’ureo offre un terreno fertile per una riflessione filosofica sulla dualità e la trasformazione delle forze contrapposte, la cui sintesi produce una forza e un governo mentale esercitato da ben altre altezze.
“Che il faraone faccia cessare il combattimento e scacci il disordine.
Che il faraone esca in cerca della verità e la porti con sé.
Possano coloro che sono adirati servirlo e coloro che sono nel Nun riportargli la vita”.
(Testi delle Piramidi, 260)












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