La modalità privilegiata dagli Egizi nelle raffigurazioni, soprattutto in quelle delle divinità, è di profilo, eppure incontriamo, se pur eccezionalmente, una frontalità che evidenzia particolari elementi e relazioni con l’Altro.
Grazie all’analisi di Youri Volokhine l’iconografia frontale, espressa per lo più da Bes e Hathor, entità entrambe collegate a morte e rinascita, e la cui protezione può essere assicurata dalla forma minacciosa e aggressiva di Bes o dalla soavità e bellezza di Hathor, mette in luce una certa doppiezza.
(Y. Volokhine, Puissance du regard en Egypte ancienne. Bols, miroirs et reflets », dans Puissances divines à l’épreuve du comparatisme”, C. Bonnet, N. Belayche, M.A. Llorca, et alii (éds.), Bibliothèque de l’Ecole des Hautes Etudes, Sciences Religieuses vol. 175, Brepols, Turnhout, 2017).
Un’immagine singolare esaminata dal ricercatore è quella di una ciotola sul cui fondo sono dipinti gli occhi della dea Hathor.
Il sentimento che ne deriva è insolito.
Colui che beve dalla tazza, avvicinando il volto al bordo dell’oggetto, viene quasi sopraffatto dallo sguardo della dea, dai suoi occhi fuori misura.
Sarebbe quasi banale spiegare il tutto con la volontà di assimilare il divino attraverso l’atto del bere, e, in effetti, non è questa la chiave interpretativa.
Il vero significato è celato nel liquido contenuto nel recipiente, ma l’importanza non risiede nel suo ingerimento quanto nel fatto che colui che beve, sporgendosi, in un certo senso, verso l’interno della ciotola, va a riflettersi nella bevanda come fosse uno specchio d’acqua.
Gli specchi, peraltro, fanno parte del corredo funerario perché rivelano l’identità dell’individuo, concetto cardine della spiritualità egizia.
Allo stesso tempo lo specchio non può escludere ambivalenza e dualità, l’immagine che restituisce è rovesciata, quasi a sottintendere un’altra natura.
In effetti la dea Hathor, raro esempio di rappresentazione frontale, è il volto benevolo della Sekhmet, colei che, solo grazie a uno stratagemma, viene trattenuta dal distruggere l’umanità.
Ricordiamo brevemente il mito.
Il dio Ra, dopo un’insurrezione da parte degli esseri umani, decide inizialmente di annientarli, inviando contro di loro il suo l’occhio, personificato dalla feroce dea leonessa, Sekhmet.
In un secondo momento, impietositosi, il dio solare cerca di arrestarne la furia incontrollabile, facendo spargere, in quantità abbondante, birra tinta di rosso che la dea, scambiando per sangue, beve avidamente.
Secondo le intuizioni di Volokhine la dea specchiandosi in questo mare di finto sangue, e, forse, possiamo aggiungere, pregustando il sapore della bevanda, si pacifica, il suo volto da feroce diventa NeFeR, cioè bello, perfetto, appagato.
Ecco che, allora, il rituale di offerta dello specchio, potrebbe avere come antecedente proprio questo mito, ed essere maggiormente illuminato da queste considerazioni.
Lo specchio, se può riprodurre il volto nascosto, da cui Bes e Hathor devono proteggere, può mostrare, attraverso le espressioni facciali, i segni di una trasfigurazione psicofisica, la pacificazione dell’aspetto irato della divinità.
Da un punto di vista soggettivo portando, come sempre facciamo, questi concetti in una pratica magica, lo specchio riflette la misura del mutamento dalla propria natura malevola all’armonia mentale, inducendo alla contemplazione della bellezza ovvero del bel volto di sé.












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