Abbiamo visto nella lezione precedente come il principio di performatività coinvolga profondamente la lingua egizia e impatti sull’uso delle immagini, visto il carattere pittografico dei geroglifici.
I Testi delle Piramidi sono preceduti dalla formula Jed Medw, le parole da dirsi, le formule che il sacerdote deve pronunciare affinché la realtà si pieghi al suo comando.
Secondo Jan Assmann la società egizia è una società cosmologica, in quanto vuole riprodurre sul piano sociale, politico e individuale un ordine primario, una struttura relativa all’origine del cosmo.
Questo rispecchiamento intreccia le due dimensioni a tal punto che quando l’officiante usa un certo tipo di linguaggio nel mondo umano, interagisce contemporaneamente anche nel cosmo degli dei.
Il linguaggio è ciò che collega i due piani, non a caso gli Egizi pongono tra terra e cielo, tra Geb e Nut, Shu, ossia l’aria, che separa ma è, allo stesso tempo, lo spazio di relazione tra alto e basso, il respiro della comunicazione verbale.
Parola, nella lingua egizia, si può dire con diversi vocaboli che nelle loro sfumature mettono in rilievo la concezione globale degli Egizi al riguardo.
La parola è Medw, R(o) o T(e)p r(o), ovvero potere, può essere Hw, cioè parola creatrice dell’entità divina e, per questo, accompagnata da Sia, l’intelligenza, quindi è Wḏ, comando, ordine, capacità di rendere esistente qualcosa, e, infine, è R(e)N, il nome che definisce l’essenza e l’individualità di ciò che esiste.
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La via esoterica degli Antichi Egizi
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