Ci sono due tipi di discorsi che possiamo individuare nell’utilizzo della magia egizia e che rispondono ad altrettante esigenze: il discorso mitico e quello teologico.
Nel primo caso i testi richiamano un episodio mitologico che costituisce il presupposto perché la magia funzioni, essi vogliono intervenire su un evento personale e mirano a risolvere un problema specifico.
Posso, ad esempio, replicare la leggenda nella quale Iside salva un bambino dalle punture degli scorpioni, per salvarmi dai veleni, come se esistesse una sorta di risonanza tra i due piani, del mito e della realtà.
Il discorso teologico invece ha una valenza universale, la figura divina è solitaria, se pure invocata in varie forme ed epiteti, perché il contesto è quello del tempio e lo scopo non è soggettivo bensì quello di proteggere tutto l’universo dalle forze del caos.
La magia fondata sul mito ha avuto larga diffusione nell’epoca tarda quando grande rilevanza ha acquisito la sfera privata e il bisogno personale.
La prospettiva è stata ben approfondita dal mio egittologo di elezione, Jan Assmann, il quale distingue quattro dimensioni nella religione egizia, politica, cosmica, mitica, e quella relativa alla pietà personale che, secondo lo specialista, non è un elemento originario della tradizione ma emerge con il periodo ramesside del Nuovo Regno, all’incirca tra il 1290 a.C. e il 1186 a.C.
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La via esoterica degli Antichi Egizi
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