Qualche sera fa in un ritrovo fra pochi intimi mi è stato chiesto: “Ma se io supero alcuni limiti personali compio un atto di trascendenza?”.
La domanda è stata davvero feconda, ci ha permesso di affrontare questioni interiori, di chiarire concetti, di riflettere e di giungere a parole di potenza.
Sì, perché, quando anche solo si sfiora la verità, si crea una tale coesione interna da avere l’impressione, come dicevano gli Egizi, che il corpo si riempia di magia.
Ho pensato di condividere queste riflessioni vista la moltitudine di offerte, le infinità di percorsi presenti sul mercato, e le altrettante difficoltà nell’effettuare la scelta giusta.
Ci tengo intanto a dire che non rimarco le differenze per sminuire, lungi da me dal farlo; penso solo che sarebbe tanto più facile trovare il giusto cammino se la ricerca non fosse cieca e accompagnata da riferimenti confusi.
Tante volte si sono rivolte a me persone che necessitavano di un altro tipo di supporto, o che, al contrario, erano sfinite dalle delusioni dei molteplici seminari non rispondenti alle loro esigenze interiori; io stessa, se avessi avuto direzioni più chiare e gli anelati giusti nomi, mi sarei risparmiata sofferenza e frustrazione.
Partiamo dal presupposto che non possiamo avere idee chiare senza un minimo di consapevolezza e conoscenza, due principi che sempre ritornano anche in ambito esoterico.
Sapendo cosa voglio e cosa insegnano potrò indirizzarmi sulla via giusta per me.
Sembra facile ma sappiamo molto bene che non lo è.
Facciamo attenzione.
C’è un punto che sembrerebbe accomunare e allo stesso tempo distinguere il benessere e la trascendenza, e che ci riporta alla nostra domanda iniziale.
Questo punto è la cura di sé.
Ma occorre essere più precisi e interrogarci.
Vogliamo, come ho spiegato nelle lezioni sull’Iniziazione o come sto facendo in quelle dedicate alla teurgia, rivolgere il nostro intento a uno studio e a una pratica che plachi l’insofferenza a un quotidiano vissuto come estraneo e pacifichi l’inquietudine dell’anelito alla trascendenza?
O la fonte della nostra infelicità non ha nulla a che vedere con la mancanza di nutrimento spirituale, e, almeno in apparenza, è generata da altre cause, tutte legittime e significative, che possono essere traumi, o mancanza di autostima, o problemi di natura materiale, e così via?
Non possiamo entrare in una pescheria e chiedere un pigiama.
La pena dell’assenza delle parole è ciò che affligge, quasi sempre inconsapevolmente, le persone; ed è incredibile come la ricerca affannosa sembrerebbe innanzitutto riguardare le giuste parole, le insostituibili coordinate di orientamento per le decisioni e per gli atti.
Siamo sempre nell’ambito della cura di sé, una cura, che, come magnificamente mostra Luigina Mortari, può impattare tutti gli ambiti della vita; dobbiamo, tuttavia, considerare che, quando si persegue la trascendenza, si adoperano modalità di intervento del tutto divergenti da quelle che mirano a risolvere questioni di altro tipo.
La vera cura di sé è radicale, interessa tutta la nostra esistenza, il nostro modo di rapportarci al mondo, la nostra autenticità, la nostra capacità di sottrarci, come dico io, alla duplicazione, e di avere un’identità.
Avere cura di sé esprime innanzitutto l’imparare ad essere se stessi.
Possiamo risalire allora a una radice della cura di sé.
Luigina Mortari, nel suo libro “Aver cura di sé” (Raffaello Cortina Editori, 2019), citando l’Apologia di Socrate di Platone, mostra come il significato originario della cura sia quello di prendersi cura della propria anima, dunque, della saggezza, della verità e della virtù.
Ma per poter compiere un cammino che sia pertinente alla nostra anima bisogna conoscere l’anima e tornare ad un principio originario ben noto ma perseguito malamente: “Conosci te stesso”.
Michel Foucault, anch’egli citato da Luigina Mortari, nel breve ma magnifico saggio Tecnologie del sé (Bollati Boringhieri, 1992), ci avvicina gradualmente alla risposta circa la nostra domanda iniziale.
Il filosofo francese mostra come nell’antica Grecia, riprese poi, in qualche modo, dai cristiani, esistano quelle che definisce, non a caso, tecnologie del sé, in quanto si tratta di procedure accurate e rigorose che possono agire sulle meccaniche più comuni ma anche distintive degli esseri umani.
Parliamo di tecnologie che mirano a sviluppare qualità come il distacco, la presenza, l’autocoscienza.
Risalendo allora alle sue origini la cura di sé si applica all’interiorità più profonda; essa sembra voler svellere l’uomo dai condizionamenti ordinari e indurlo a trasformare la sua natura attraverso esercizi specifici.
Possiamo ora giungere alle conclusioni.
È chiaro che la cura di sé deve incarnarsi, come detto, anche in settori pratici dell’esistenza, ma le fonti scritte più antiche ci danno modo di argomentare sulla differenza tra benessere e trascendenza.
Il cammino della trascendenza, come innalzamento dell’anima al divino, richiede, per l’appunto, le tecnologie del sé, perché opera in senso verticale, e deve rendere l’individuo sovrano di sentimenti ed emozioni.
Grazie a un severo addestramento la persona diventa, a vari livelli, capace di superare istantaneamente una particolare debolezza, neutralizzandola o assoggettandola, in quanto inferiore al livello energetico che ha acquisito.
Nel caso di percorsi legati al benessere personale, invece, l’individuo ha un problema certamente interiore ma più legato al contingente.
Spesso ha bisogno di parlarne, di essere confortato, potrebbe anche essere incuriosito o affascinato, cosa molto diffusa, da tematiche spirituali, ma il suo interesse primario non è di certo la Conoscenza dell’Uno.
Il suo desiderio di uscire alla luce del giorno, per dirla in termini egizi, non è finalizzato all’illuminazione ma, e ribadisco, non perché sia cosa di poco conto, è rivolto alla risoluzione di un aspetto della sua vita, di altro genere, che, in quel momento, rappresenta un assillo.
Dunque, compio un atto di trascendenza se supero alcuni miei limiti?
No, perché il fine e le pratiche operative sono inconciliabili. Posso però diventare una persona più risolta e più equilibrata.
E questo non esclude, ma devono sempre esserci le attitudini, che, in virtù di un significativo cambiamento, non possa emergere l’esigenza di invertire la rotta, e puntare, mediante un autentico cammino di cura di sé, alle stelle imperiture.
Le stelle che non tramontano mai, la dimora degli dei per gli antichi Egizi.












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