Uno degli assilli degli antichi Egizi è rappresentato dalla morte, o meglio, dai pericoli correlati, primo fra tutti quello di non poter sopravvivere ad essa e di soccombervi in maniera definitiva.
Gli Egizi individuano l’equilibrio del cosmo in una ripetizione ciclica degli eventi, il cambiamento è previsto ma sempre all’interno di una cornice immutabile.
Le stagioni, per esempio, cambiano, ma c’è un susseguirsi regolare che garantisce la stabilità; la morte, invece, pare un imprevisto definitivo, irreversibile, che arriva a toccare persino gli dei.
Da qui lo sforzo dei teologi, teso, per quanto possibile, a normalizzare la morte, e ad escogitare soluzioni affinché questo ineluttabile evento non sopprima l’individuo, ma, anzi, si tramuti in porta per l’Eternità.
Come hanno risolto gli Egizi questo dilemma?
In che modo quello della morte diviene il mistero che ne consente il felice superamento?
Secondo l’egittologo Jan Zandee gli Egizi hanno avuto due prospettive nell’analizzare la relazione tra la vita e la morte, una monistica e l’altra dualistica.
Vediamole nel dettaglio.
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La via esoterica degli Antichi Egizi
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