Nella prima e nella seconda parte di queste lezioni dedicate alla teurgia abbiamo visto alcuni aspetti universali dell’argomento e abbiamo cominciato pian piano a cogliere elementi della magia, della teurgia egizia e della magnetizzazione.
Se il fine teurgico, come espresso dai testi, è quello di unirsi al divino, nella spiritualità egizia un particolare linguaggio operativo traduce l’intento di andare oltre questa unione.
Ne abbiamo parlato nella lezione sulla Memoria, nella quale ho specificato come gli Egizi non intendano affatto dissolversi nel divino, pur essendo questo certamente uno stato che genera una suprema beatitudine.
“Io siedo sul trono dell’Orizzonte”, si dice in un testo del Libro dei Morti.
Affermazione che vuol dire governare la vita, perché tra le due montagne dell’est e dell’ovest il sole sorge e tramonta, rendendo durevole l’esistenza, ma affermazione che rimanda al potere di rigenerarsi nella morte vincendo il pericolo, intrinseco in essa, della dissoluzione.
L’individuo, di cui ho parlato nelle lezioni sulla Reincarnazione, colui che non subisce la seconda morte, rinasce e si rinnova perennemente nella Imitatio Solis; egli, a immagine dell’astro, risorge trasfigurato dall’orizzonte.
Quando parliamo di unione, nel caso degli Egizi, non intendiamo il fondersi con l’Assoluto, bensì l’acquisizione di un livello e di una potenza tale da divinizzare ogni parte di sé e rendersi unità primordiale luminosa.
Per nulla trascurabile è quest’ultimo punto che richiama un principio poco noto e che poi metteremo in pratica mediante uno specifico Rituale dell’Interezza.
Sto parlando del principio di connettività.
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La via esoterica degli Antichi Egizi
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