Nelle lezioni precedenti abbiamo parlato della mutilazione dei geroglifici perché essendo vivi potrebbero risultare dannosi.
Questa che potrebbe sembrare una banale superstizione corrisponde a ciò che l’archeologo Nicholas Picardo definisce “omicidio semantico” trattando delle cosiddette “teste di riserva”.
I presupposti performativi, che abbiamo già indicato in merito alla lingua, influiscono anche sull’arte egizia, che si avvale di geroglifici, rendendo le immagini, o le sculture, segni portatori di significato.
Le teste di riserva, chiamate da qualche egittologo, teste magiche, a causa della loro funzione, sono sculture trovate in tombe per lo più della IV dinastia, intorno al 2500 a.C.
I manufatti non sono opere incomplete ma finite e autonome realizzate con il presupposto per il quale i geroglifici generano azioni.
Le teste di riserva, come la scrittura geroglifica, che include diversi segni raffiguranti le parti del corpo, vogliono rappresentare la parte per il tutto, quindi la persona attraverso la sua testa.
Ci sono però elementi che caratterizzano questo tipo di statuaria e che fondono leggi magiche a principi di filosofia del linguaggio.
Sappiamo quanto la testa sia una parte essenziale all’identità dell’individuo, motivo per cui la decapitazione, una delle peggiori condanne, viene spesso raffigurata nei testi funerari a decretare l’estinzione dei dannati.
Il testo egizio non descrive, oramai lo sappiamo, ma compie azioni, esso utilizza un linguaggio basato su immagini parlanti che generano un effetto immediato.
Ritorniamo, allora, alle teste di riserva, su cui si sono avvicendate varie ipotesi e discussioni degli specialisti, per comprendere meglio alcuni meccanismi magici.
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La via esoterica degli Antichi Egizi
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