In un libro bellissimo, Il Profumo del Tempo (Vita e Pensiero, 2017, Milano), il filosofo coreano Byung – Chul Han chiama il nostro tempo un tempo “senza profumo”, senza profondità, un tempo accelerato, privo di destinazione, che ben si rappresenta in una linea ininterrotta segnata da continui mutamenti.
Questo tempo si contrappone al tempo mitico che, come abbiamo visto, anche per gli antichi Egizi acquista un senso proprio nell’ordine della ripetizione, nel ciclico ritorno dei fenomeni.
Perché allora un tempo senza profumo?
Perché un tempo privo di otium, nel suo significato originario di tempo libero da dedicare alla contemplazione e all’interiorità, è il tempo che non fa indugiare e che perde, evidentemente, la sua connessione cosmica.
Il tempo della Prima Volta, quello che ha consentito la creazione, nell’antico Egitto viene perpetuato ogni giorno ritualmente, garantendo non solo la durata del cosmo ma il rapporto tra uomini e dei.
E questa ripetizione non è quella delle azioni spersonalizzanti legate al tempo vuoto, infette da una noia insanabile, perché il rito non può essere compiuto freneticamente da macchine o da uomini assimilabili ad esse.
Il rito ha bisogno di un tempo diverso, quello della presenza, del silenzio, di passi solitari e di strumenti che possano aiutare ad aprire le porte dell’orizzonte e a far sentire il profumo degli dei.
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La via esoterica degli Antichi Egizi
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