Abbiamo spiegato nella lezione precedente cos’è la teurgia, almeno nelle sue linee generali, partendo dalle origini.
Cerchiamo di comprendere pian piano come prende corpo l’atto teurgico nell’antico Egitto, quali le sue peculiarità.
Sappiamo certamente che un campo di indagine particolareggiato riguarda la vivificazione delle statue sacre, la capacità di portare la divinità nella scultura e renderla viva, per l’appunto.
Questa procedura non viene eseguita solo sulle statue ma anche, per esempio, sulle barche solari o sull’amuleto del cuore, lo scarabeo posto sulla mummia all’altezza del cuore per garantire l’identità e l’integrità del defunto.
L’atto magico ricorderebbe, in quest’ultimo caso, una sorta di magnetizzazione, di trasmissione di energia, eppure sia per questa particolare tipologia di amuleto che, in primis, per le statue, è qualcosa di diverso, perché non si tratta solo di infondere un intento ma di risvegliare, di portare l’anima nell’oggetto..
Quando, nel rituale di rinnovamento del potere regale, il faraone tocca con i mignoli, poi vedremo perché proprio col dito più piccolo, lo stendardo del dio Upuaut, portato dall’officiante che rappresenta “il servo delle anime di Nekhen”, egli intende risvegliare le anime realizzate dei primi antenati, i cosiddetti seguaci di Horus, affinché gli siano di supporto, e, come nei Testi delle Piramidi, servano il re nel suo processo di trasfigurazione.
Si rende necessaria, allora, a questo punto, comprendere la differenza e i punti di contatto tra la magnetizzazione, cui dedicheremo anche lezioni specifiche, e i rituali di risveglio.
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La via esoterica degli Antichi Egizi
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