Nella lezione sull’incenso abbiamo avuto modo di esplorare la ricchezza simbolica attribuita dagli Egizi a questa sostanza a tal punto da renderlo un elemento purificatore e divinizzante allo stesso tempo.
Tra le varie peculiarità c’è quella per cui l’utilizzo dell’incenso si applica non solo agli esseri umani ma anche alle statue delle divinità che devono essere fumigate, perché l’incenso libera i cuori dal male.
Gli dei, infatti, possono avere aspetti malevoli, per questo devono essere pacificati attraverso le offerte. “Svegliati in pace”, si dice nel culto quotidiano, quando vengono aperte le porte del naos e il volto del dio si rivela.
L’incenso conferisce quella calma che ben si traduce nel termine egizio HOTEP.
Hotep significa pace, soddisfazione, offerta, ma il suo geroglifico indica anche il riposo del sole al tramonto.
L’immagine dell’astro che dolcemente sprofonda nell’orizzonte allude, in questo caso, allo stato di grazia e contentezza da raggiungere interiormente.
Si tratta di quel sentimento che la mente prova quando, durante profonde meditazioni, si ritira completamente dall’esterno e riposa dentro se stessa.
Il male per gli Egizi non è solo la negatività come noi possiamo intenderla.
Esso, in particolare nei rituali di risveglio della divinità, è il decadimento, la putrefazione, ciò che è caduco e che si oppone al raggiungimento dell’eternità.
Da qui un’altra funzione essenziale dell’incenso che, in quanto sostanza divina e carne dell’occhio di Horus, deve conferire quell’interezza necessaria per rendersi divini.
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La via esoterica degli Antichi Egizi
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